Nel 2026, per i miei sessant’anni e per iniziativa di Maddalena, AnimaMundi Edizioni ha raccolto in un volume tutte le mie poesie  fino ad allora pubblicate in volumi dispersi e non più reperibili, aggiungendo anche testi inediti (dei miei vent’anni, e dei trenta: poesie che non avrei mai creduto di vedere pubblicate, e che in larga parte non erano pensate per la pubblicazione).

Il volume si intitola La gioia è un turbine di quiete. Poesie 1985-2025, introduzione di Elena Petrassi, AnimaMundi, Otranto 2025.

È molto bello anche come oggetto, curato nei dettagli e nella veste grafica, grazie al lavoro della redazione della casa editrice; soprattutto, però, ha significato per me riprendere contatto con una dimensione che credevo quasi perduta, pur avendomi accompagnato per tutta la vita. 

Già mentre preparavamo il volume, qualcosa si è risvegliato in me: ricordi, sensazioni mai svanite e una consapevolezza profonda e serena.

Ho cominciato a scrivere poesie molto presto, perché fin da bambino sentivo le parole come musica: come musica ripetevo tra me e me le poesie che ci insegnavano a scuola - cose del tipo: “Sul castello di Verona / batte il sole a mezzogiorno”; oppure “Ei fu siccome immobile / dato il mortal sospiro”. Le imparavo a memoria, le ripetevo all’infinito e sentivo queste parole nell’addome: le sentivo fisicamente. Grazie al mio Asperger, che ho sempre avuto senza che nessuno se ne accorgesse, ho sempre imparato a memoria centinaia e migliaia di versi in tutte le lingue che conosco: Dante, Luzi, Montale, Omero, Alceo, Saffo, Anacreonte, Virgilio, Orazio, Rilke, Shelley, Novalis, Heine, Keats, Shakespeare, Celan, Dickinson… Anche adesso, ricordo i versi con facilità: mi basta leggerli perché mi restino impressi. Non ero il bambino geniale che già avverte il proprio destino di sommo poeta: no, niente del genere! È che avevo un’attenzione innata per i suoni e per i ritmi: infatti, ho iniziato a suonare molto presto la chitarra classica e poi il liuto e altri strumenti. Per me, quelle parole erano un mondo di musica, ma erano anche qualcosa che mi aiutava a vivere, che mi aiutava a essere presente - perché mi sentivo spesso, e ancora mi sento, come se non ci  fossi e non ci fossi mai stato: è difficile spiegare. E quando scrivevo poesie, nel silenzio e nella solitudine, lontano da tutto e da tutti, le sentivo come musica. 

Da queste poesie ho avuto molta gioia, e non solo nella sfera privata della mia esistenza. Personalmente, mi concepisco come un artigiano: “la musica”, scrisse Mozart, “deve restare sempre musica”; e Johan Sebastian Bach scriveva melodie straordinarie applicando regole rigorose e padroneggiando con disinvoltura una tecnica complessa, che solo l’esperto coglie dentro composizioni come “Erbarme dich” o “Ich ruf’ su dir, Herr Jesus Christ”. Non vedo perché nella poesia debba essere diverso: in filigrana, robustissima ma quasi invisibile, serve una rete di conoscenza, di maestria, di tecnica, appunto. Solo così le parole di una poesia sono davvero musica, cioè poesia: non solo l’enunciazione di pensieri e stati d’animo, ma poesia propriamente detta. 

Non ho mai fatto della letteratura, proprio no: scrivo per qualcuno, sempre; e per la vita, per vivere, per essere presente, per convincermi in qualche modo di esserci - perché ho sempre parecchi dubbi sulla mia esistenza e anche su chi sono, se ci sono. Scrivo per questo; e poi, si scrive per dare luce al mondo, non per spandere intorno altro fumo o altra notte, altra tenebra. Non si scrive per disprezzo, si scrive per amore; si scrive per assolvere, per liberare, per dare vita; si scrive per dire il bene. Il bene… il male lo dicono già in tanti, e lo vediamo tutti: non c’è bisogno che ne parli anch’io, e non è giusto dargli forza parlandone; se non riesco a dire del bene, preferisco tacere. Ho sempre cercato, come ho potuto, di testimoniare il bene. Non è che io non provi dolore, rabbia, rancori, invidie, rimpianti: non sono un allegrone che non si accorge del male onnipresente - “il male che risorge ancora, ancora e sempre, dopo i chiari mattini della speranza”, come scrisse Carlo Emilio Gadda: però, preferisco cercare di dare voce alla stima della vita, alla gratitudine - se ci riesco, se mi è possibile; altrimenti, evito di scrivere.

E ora, che mi ritrovo a sera seduto accanto al Timido Tim sul divano di casa e le poesie hanno ripreso a sgorgare serene e pensose, penso a quanto davvero sia importante per me questa dimensione musicale del linguaggio, che vedo anche come un impegno etico di fondo: “il desiderio di nulla profanare”, scrisse Rilke, uno dei poeti che ho immensamente amato. Scrisse Paul Celan, l’altro amatissimo poeta che mi accompagna da decenni: “l’uomo d’ombra / in me, colui che dona, / si fa animo, / ancora”. 

Cosi, offro qui, come in forma di diario o blog, le poesie che il Timido Tim mi detta sul divano bianco, nella quiete della sera, qui nel cuore di  Verona dove nessuno mi vede e nessuno mi sente; magari, ogni tanto, aggiungo qualche riflessione in libertà. Ma queste poesie sono per tutti - l’ho sempre creduto, anche quand’ero ragazzo: qualcosa di buono si librerà nell’aria, un polline di bene (il meglio che posso donare, niente di più) inizierà il suo cammino, e nessuno può dire se e dove si poserà, quale destino incontrerà. 

L. G.


Poesie come un diario

Ogni tanto, pubblico qui le poesie del mese, delle due settimane, dei giorni precedenti: in alto le più recenti, come si faceva “una volta” (cioè pochi anni fa) con i blog.

Le scrivo perché mi dà gioia, perché mi fa bene: è un appuntamento con la vita che mi parla; è il mio modo di ascoltare, di benedire, di ringraziare, di accogliere, di amare. Le pubblico così come le scrivo, ogni tanto, quando capita. 

In realtà, per lunghi periodi è un appuntamento quasi quotidiano: la sera, nel silenzio della casa e della città. Poi, per mesi o per anni, più nulla. È come ascoltare una musica lontana, e provare a trascriverla sul quadernetto per quel poco che se ne riesce a cogliere. Lentamente, ma di getto.

A dettarmele, ovviamente, è il Timido Tim.

AGOSTO 2026

Rileggo le poesie di quest’estate: tante, un flusso continuo. Ecco quelle di agosto: sono come degli haiku, degli improvvisi.

…e tu parla all’ulivo, chiedi

perché la risacca non giunge

alle fonti dei succhi, delle linfe -

perché la scogliera dei morti

non sembra conoscere i mondi.

 

*

 

È l’ora degli addii, delle partenze

nel palmo della mano, nella semplice

vicenda della spuma.

 

*

 

È carico il vento di terra - anche

se viene dal mare, da un altro specchio

al di là degli ulivi, dei rilievi

orgogliosi di sé quanto inutili

a dirgli la via.

 

*

 

Così ricordi: lontananze adesso

come allora, delusa con me

la distesa del mare, vive solo

le rocce scavate, consunte - come

se fosse una via quella traccia

di spuma, quel moto una casa, il solo

vivente l’incontro col sale.

 

*

 

Ripara nell’ombra, ricorda quanto

ti ha dato di suo senza chiedere

in cambio: frescura, ricordo

che afferra e consola tra soste

sicure almeno per te.

 

*

 

Riposa con me, non dire se questo

che vedi è uno scoglio o un passaggio aperto

tra i tempi, tra i mondi che vivono

senza confini se è vero che intorno

alle pietre può esserci il mare.

 

*

 

Non chiede, Layla, la risacca viva

di sicure stanze, di mura forti 

erette per l’eterno a guardia delle

altezze: domanda invece

di consunte rocce, ciottoli o sabbia

senza gloria ma presenti, 

decisi quanto basta: qui per lei.

 

*

 

Dove canta il leopardo delle nevi

è dove mai sarò, dove non tentano

per me richiami i passeri tacendo

il desiderio di quel dono appena

offerto, della mia sovrabbondanza

senza scopo.

 

*

 

Nell’ora del ferro, quando le pietre

in volo implorano un guado aperto,

un fiume calmo in cui le riporti

un tonfo a avere pace, tu sii

per tutti un prato, un bosco, e senza

ansia accogli il vento amato

e pronto al tuo silenzio.

 

*

 

I gelsi di allora e intorno i rovi

carichi di more - basta un attimo

di luce perché sorgano nell’aria

i luoghi inconsapevoli di sé,

presenti e assenti: come me, se questo

è vero.

 

*

 

Ricorda, l’umiltà non nasce dentro

per terrore della colpa, per qualche

sguardo inorridito a ciò che sei

se appena cedi al mondo - proprio no,

non è così. È quando il bene immenso

si comunica nell’intimo, quando 

avverti in te che lui ti supera

soltanto perché vuole vita in te.

 

*

 

Chiedi di me, percorri a volo il tempo

dell’attesa e frughi tra le rocce:

cerchi là dove tu vedi che

fioriscono e ti sognano sparute

erbe come fossero per me

segnali d’alba.

 

*

 

Come fosse in questa mia speranza 

il tuo respiro, è me che vedi porgerti

la rosa che indica la via 

di ciò che migra verso sé nel giusto

senza scopo: di ciò che vive in sé.

 

*

 

È qui che vivo, è questo il mio ritorno

solitario eppure condiviso:

è qui dove tu sei che manca solo

un po’ di me - qualcosa che non sa

però confida.

 

*

 

Mi salva la vertigine del bene

sconosciuto che intuisco vivo

e pronto a farsi polline nel sole.

 

*

 

Abbraccia le ombre, non dire che

il loro è silenzio, non dire che 

un’ombra non parla - se trema

per te, se sempre si posa e non sfiora,

cos’altro vorresti, cos’altro

convince ad amare?

 

*

 

Come se fosse una rosa, la nuvola

chiede che tu la conosca restando

fedele alla terra: non serve

che guardi.

 

*

 

Se qui si fa buio nel folto 

dei rovi, nel cuore mai visto

del tronco, nel centro dei frutti

che crollano a terra sapendo

che è tempo, così ti ricordi 

che è al buio l’inizio, non visto

il cammino vivente, più vero.

 

*

 

Come tu così mi abiti - senza

casa al di là di te stessa, ignota

a tutto, a tutto oscura: così restano

pietre dove è l’erba e ti raccontano

nel folto queste voci a me nascoste,

a te svelate.

 

*

 

Com’è nascosto il mondo - o così credo

quando dubita di sé

persino l’onda tra le arcate, il fiume

incerto su cos’è che lo sospinge -

almeno un po’ di questo mondo, un lembo

di terriccio e seta, luccicante

per la pioggia e non per sé.

 

*

 

Pòsati qui, riposa in pieno sole

adesso che è la luna la dormiente

fiaccola dei mondi: accogli senza

cenno di speranza la veglia come

neve, come brina, come incredula

colomba sulle acque.

 

*

 

Dà gemme adesso il sorbo, dà dischiuse

bocche a dire al volo dove sono

adesso gli empi della terra, i folli

che si appostano nel folto, un po’

più in là.

 

*

 

Cos’è nel mondo che raggela i pozzi

profondissimi del bene e senza

suono o forma, senza mai sapore

o appena consistenza va nel cavo

delle foglie, nel polline già pronto

al balzo incontro al vento, nella polpa

dei frutti offerti e pronti - non lo so,

ma so che esiste.

 

*

 

Parla se puoi con le poche presenze

nel fuoco, nel gelo - non dire: questo

è deserto di vita, né: questo

è per sempre un silenzio di sepolta

natura. Il fuoco ha una voce - il gelo

l’avrà appena è tempo: non sono

da te queste offese.

 

*

 

Se prendi per te, se stendi la mano

nel gesto, lo vedi: soccombe

la forma che il mondo ti ha offerto

perché tutto all’istante fugga 

da te - perché in quell’istante di preda

e rapina sia tu, tu lo sconfitto:

sia tuo l’esilio dentro il sale.

 

*

 

Chiedo a te chi mai abbia voluto

istante dopo istante tutto ciò

che è stato - chi mai risalga in forze

le radici e poi le buie 

feritoie delle linfe in forti

schiere, a passo d’oca: chi può dire

che l’esatta volontà gli affiora 

perfetta dalle foglie, dai diversi

frutti di stagione.

 

*

 

Non so, ripeto - e questo mi ricorda

il limpido stupore dell’infanzia,

la gioia di scoprire ancora il mondo.

 

*

 

È nuova, lo vedi, la luce

che appena da te mi ritorna, sazia

di tempo benché appena nata.

 

*

 

Con parole taciute tu riporti

vittorie sui tanti tranelli

del mondo: è poco che il salice

esulti curvandosi all’acqua - è molto

che portino il lutto fiorendo

le erbe sapienti, le sole

che sanno di te.

 

*

 

Se chiedi cosa sia che ho conquistato

ho solo da mostrarti la vertigine

del bene multiforme, la sua forza

eterna in questi istanti di certezza

avuta in sogno come fossero 

le pietre cosa viva.

 

*

 

Rimani in me, racconta le vicende

delle foglie inconsapevoli

di te, di noi, rapite dalla loro

impermanenza mentre restano

quei rami a dire il lutto tra le deboli

risorse dell’autunno.

 

*

 

È questo l’inverno - in pieno sole

un battito di ciglia come se

sparisse il mondo.

 

*

 

Di là dai rami, appena al di qua

dell’orizzonte, attende un fuoco vivo

di paziente tempo: un velo, forse,

di lucente brina, un lago fermo

sotto il gelo - e vivo, credo: vivo

più di me che torno a casa.

 

*

 

Se basta farsi carne, allora è tempo

che scendano le rondini nel chiaro

di quel lago limpido tra i monti,

di quell’acqua che invitava anche

noi due.

 

*

 

Se tutto manca eppure il bosco resta

ciò che è, è vero che la perdita

non basta a dire all’albero 

che tutto è una vertigine di addio, 

che dare foglie è un palpito nel nulla.

 

*

 

Essere foglia non è farsi avanti

nel vento: è solo lasciarsi portare 

appena l’istante disvela

l’ampiezza che è aperta per noi.

 

*

 

La vita cambia, credo, appena cade

in noi quel velo, quella nebbia azzurra

di potenza e sogno: la vergogna 

che ci vincola le gambe, le mani

in ceppi di sfiducia - e l’illusione, 

forse, che il nostro bene ne dipenda

come il dolce dell’uva dal letame.

 

*

 

Castagni a schiera, querce e platani

vicini l’uno all’altro - e qui più questi,

appena sotto il limite non scritto:

la strada sale e il bosco la accompagna.

 

*

 

Nel tocco ripetuto si moltiplica 

la nota originaria, la ridente

vibrazione di quel giorno - e basta

questa festa di rintocchi a dire

quanto ancora è vero il mondo.

 

*

 

Con limpida gioia tu incontri

la siepe dell’acqua sorgente

dall’alto: comprendi la tela inversa

del mondo, i fili che reggono

a sé ciò che è buono.

 

*

 

Si spoglia la vita, si arrende quieta

cedendo di sé, ritirando attese

e promesse, fiorendo come foglia 

che curva su se stessa: così ritorna

la terra alla terra - ritorna, mai

persuasa.

 

*

 

Accetta che sia grazia questa luce

calda, così umida che appena in lei

respiri - questa luce che dà forza

all’uva acerba, questa vampa dura 

che dà vita: non a te.

 

*

 

Se guardi, se comprendi come è giusto

il canto delle voci ammutolite,

la danza delle pietre immobili

che accolgono la furia delle acque,

congiungi le tue mani, dai addio

fin d’ora a ciò che credi tuo.

 

13 settembre 2026

È questo il mio desiderio di ramo

già curvo, di ago d’abete chino

sul manto di foglie cadute, fermo

in attesa: non che la neve scivoli 

a terra, non che mi slanci uno scatto

nel cielo - è bene che resti, anch’io

mentre tutto raccoglie in figura 

di bosco nel gelo l’attesa 

folle del bene.

 

*

 

Perfetta l’assenza, cristallo 

di tempo, di vita, di voci a fiotti

di luce che franta moltiplica il dono.

 

*

 

Porta con te la mitezza dei fiumi

nascosti da tempo, riemersi

per pura obbedienza alle rocce 

che donano strada e durezza,

che lasciano vivere il bene

così reso chiaro.

 

*

 

Credo sia una grazia questo sguardo 

senza dita prensili, appagato

già in se stesso, mai rapace - credo

che sia grazia questo margine 

durissimo ma vivo, disperato

nella sua felicità.

 

*

 

È questo il bene: adesso chiedere

chiarezza e calma per la grandine 

già sciolta, già confusa nel ricordo

con le gemme appena aperte,

con le rose che conservano memoria

senza pena, tenerissime 

nell’oggi: adesso e qui.

 

*

 

Incerta la lucente lama, l’ansia

tra le pietre vive alla radice

dei ciliegi: adesso è la stagione

densa, traboccante d’acqua in ritmo

rapido e costante, inarrestata.

Se appari tu rimango, anche stavolta.

 

*

 

Se tu vorrai, distesa semplice 

di erbe ancora verdi in questo primo

autunno tanto atteso, continuare

come adesso, insistere nel dare

fiori gialli e spighe appena puoi,

vedrai con me che questo vento già

rabbioso e carico di pioggia avrà

pensieri di speranza e calma o forse

troverà se stesso.

 

*

 

Il seme del piangere corre

nel chiuso del sangue, muove, dilata

l’immagine vera del mondo

sofferto perché conosciuto,

cercato per dargli di te perché

viva - e chissà perché no, perché mai

non ha sete né gioia.

 

15 poesie inedite (2026)

 

Amo questa vita di scoiattolo

che sale senza credersi un gigante

sull’abete rosso, sul noce folto

di memoria e tempo, di innocenti

volti.

*

Io posso dire molto della lunga

attesa delle pietre, delle rocce

illuminate dalla luna adesso

e sempre, delle erbe alte, delle

lucciole che vivono un istante

appena: tutto spera, tutto accoglie

finché dura il tempo, tutto

esulta per la vita che verrà.

*

Scintille più divine incarcerate 

nel secco della legna pronta

al fuoco, votata al suo trionfo,

vile innesco: non credo

sia così. La folgore - 

vertigine degli occhi - “il dono

delle lacrime”, ricordi? - ha forma

di rugiada o non é nulla.

*

Se mai volessi, tu che non nascondi,

cedere alle rose il tuo silenzio,

vedresti come tutte fremerebbero

dall’intimo dei rami, nere ancora.

*

Si può amare senza dire, senza

chiedere perché non hai risposta

quando tutto doneresti ancora

e ancora.

*

Il lume del vivente, l’incredibile

sostanza delle cose: io lo credo,

Layla, lo intuisco nella muta

fissità, nel ghiaccio e nella pietra,

nel gelo della cenere - nel niente.

*

Permettimi di dire, luce accolta

sempre appena giungi dove sei attesa

senza più speranza, quanto ormai

di te mi sembri un dono immeritato:

una tua sovrabbondanza.

*

Se un tralcio amato in te non porta frutto,

vita silenziosa che sorreggi e nutri

così tanto attorno a te che tenta

un palpito di gemme o che vorrebbe

se potesse, se sapesse: io credo -

con certezza d’albero, con fede

di dentata foglia - io so che questo

turbine di tempo incerto 

e perso trova in te paziente amore.

*

La porta mai richiusa, la rimasta

soglia aperta tra te e me: sarà

per questo che ti vedo in movimento

e credo ancora di poterti

accompagnare come fossi anch’io

presente, anch’io capace di sapermi

vivo in te.

*

Lo sai, la mia alleanza con i piccoli

del mondo, questo amore senza scopo

in me taciuto, non potrà salvare 

mai ma solo cedere di sé senza

speranza vera: eppure, guarda come 

illumina da dentro.

*

Non è solo per me che vorrei credere

sicuri i nidi appesi ai sottotetti,

attesi i pollini nell’aria, 

protetti i passi fiduciosi 

del bambino a cui qualcuno dice: 

vieni qui.

*

Se mai potessi, un giorno, avere in me

la forza che è del fuoco - la ressa

cosmica che attende anche per giorni

dove già era stata: che risveglia

sé soltanto al primo

soffio - non credo che verrei sicuro

a dirti, amica notte,

che cenere non è consunta vita,

che vanto della legna è darti luce.

*

Chissà cosa raccontano alle erbe

i passeri venuti da lontane

questue per due briciole di pane

offerto - crollato forse a terra

per errore, per sbadato tentativo

di averne un po’ per sé - e loro invece

dicono di splendide madrine,

di fate dal sorriso evanescente,

di re che salvano nutrendo,

di angeli del gioco e del soccorso.

*

È te che conosco, altro non credo

nemmeno che esista - non posso

pensare a qualcosa che neghi

la tua lontananza indivisa.

*

Sei voce per me, sei tanto tu nel chiuso

spazio che apri per me senza chiedere

che l’attimo mi basti, che mi sazi

a questa tavola il tuo dono.

 

 

(pubblicate il 6 settembre 2026)

Settembre 2026