La voce di M.C.

 

Ricordo solo che era pomeriggio. Non ricordo con precisione il mese e l’anno. Forse era l’inizio del ’99. Insegnavo Lingua e Letteratura francese dalle suore, al primo Liceo Europeo della città e non sapevo ancora che sarebbe stato il mio ultimo anno in quella scuola. A settembre, sarei finalmente sbarcata nello Stato, persa tra supplenze e chiamate del Provveditorato. Erano ormai trascorsi sette anni da quando avevo lasciato l’azienda per andare a insegnare: mi mancavano i libri, il tempo per leggerli e il rapporto non « aziendale » con gli studenti. Nel gennaio del ’93, avevo accettato poche ore all’Istituto don Bosco; lì avevo conosciuto Lorenzo come collega di Lettere: era fidanzato con Paola e l’avrebbe sposata di lì a poco. Quel pomeriggio, me ne stavo seduta al Collegio docenti accanto a suor Loretta. Una donna dolce, sempre sorridente, gentile e affettuosa. Mi chiese se avessi notizie di Lorenzo. Le risposi che non ne avevo dal giorno del funerale della moglie. Mi chiese se avessi letto il libro Lessico della gioia, scritto durante la malattia di Paola. Le risposi che no, non l’avevo letto e che ne ignoravo l’esistenza. Suor Loretta si alzò, salì in camera sua e tornò con il libro in mano. Me lo porse, dicendomi che potevo tenerlo. Lei lo aveva già letto. Arrivata a casa, lo lessi tutto d’un fiato. Non ricordo quanto tempo impiegai prima di prender carta e penna per scrivere a Lorenzo. Mi rispose con una telefonata. Iniziammo a sentirci per telefono e a scriverci lettere, fino a quando un bel giorno si decise a venirmi a trovare. In quegli anni vivevo sola, avevo trovato casa grazie a un’amica, mia omonima, conosciuta a una scuola di teatro. Lei abitava al piano di sotto e io al piano di sopra: diventammo amiche e, in seguito, lo diventò di entrambi: fu tra i nostri testimoni di nozze. La casa era immersa nel verde, a ridosso della collina, circondata da un giardino raccolto con al centro un grande abete che offriva riparo tutto intorno e che potevo ammirare dal balcone.

Prima di trasferirmi in quella casa, tra il 1993-96, avevo iniziato a collaborare con l’associazione culturale La città nascosta, gestita da una effervescente contessa romana. Avevo coinvolto Lorenzo e Paola per la loro conoscenza letteraria e musicale. Allora abitavo in un piccolo appartamento molto bohémien adiacente al centro storico. Fu lì che scrissi al mio vecchio professore di Storia e Filosofia del Liceo che si era trasferito, ormai da tantissimi anni, a Milano. Avevo bisogno di un interlocutore, di una guida, di qualcuno con cui condividere l’esigenza profonda di scrivere (per me strana e bizzarra) che non sapevo come gestire. In lui trovai una persona attenta, sensibile e rispettosa. Uomo colto, riservato e molto religioso, mi suggerì letture illuminanti, e provò a guidare i miei primi passi nello scrivere, incerti e barcollanti tra dubbi e grandi slanci. Non mi soffermo ora sulle motivazioni profonde che mi spinsero ad assecondare la voce interiore che mi diceva: scrivi e racconta. Solo il tempo mi ha chiarito, in parte, cosa mi spingesse e tuttora mi spinge a farlo. Ho impiegato anni per accettare una dimensione che inizialmente mi era estranea (mai da ragazza avevo pensato di mettermi a scrivere anche perché le mie prof di Italiano non mi avevano certo spronato). Da giovane, però, ero attratta dalla professione di giornalista. Provai a informarmi per seguire una scuola di giornalismo ma una volta rientrata dal mio anno all’estero (88-89), ci rinunciai. Paura, mancanza di coraggio, non mi sentivo all’altezza, ero ingessata in mille complessi. Una ragione non escludeva l’altra. Ora, mentre scrivo, posso serenamente dire « ricordi tanti / e nemmeno un rimpianto », come il suonatore Jones. 

Il professore mi insegnò la disciplina, l’umile lavoro dell’artigiano: lettura, lettura tanta lettura. Mi diceva: « si legge cento e si scrive uno. Il silenzio e il lavoro quotidiano saranno i tuoi polmoni ». Seguii i suoi consigli. Continuai le mie letture nel silenzio della mia casa. Intuivo da dove affiorasse l’esigenza del raccontare, decisi di assecondarla e di lasciare che fosse lei a guidarmi. Perché farmi tutti quei problemi? Se una persona ha desiderio di scrivere, scrive. Se ha desiderio di dipingere, dipinge. Certo, ogni arte ha la sua tecnica che è necessario imparare e non tutti siamo dei geni né siamo tenuti ad esserlo, ma perché rinunciare a un desiderio? Eppure, ho dovuto combattere contro un dito puntato dentro e contro di me, che mi rimproverava e mi sussurrava: come osi? Il mistero più grande, forse (oso dire) più di quello della morte (almeno per me), è la libertà. Quando siamo veramente liberi? Lo siamo veramente anche quando siamo noi stessi a innalzare « barriere invisibili » che ci impediscono di realizzare i nostri desideri? Non ero forse libera di scrivere a vent’anni suonati? Chi e cosa me lo impedivano? Ero riuscita a cambiare lavoro che mi permetteva di farlo e di studiare, approfondire, trascorrere le giornate a leggere e a preparare le lezioni di letteratura. Ossigeno per me. 

Nel corso della vita, ho seguito diversi percorsi terapeutici accompagnati da letture, ricerche spirituali, incontri significativi che mi hanno aiutato a appropriarmi sempre più della mia vita. Oggi, che ho superato i sessanta da un po’, posso dire con gratitudine, che il tempo è stato dalla mia parte. Ho avuto l’opportunità di prendermi in mano. Ho avuto il tempo di riconciliarmi con me stessa, la mia storia e le mie ferite. Soprattutto di non smettere di farlo. « La natura non fa salti », mi ripeteva spesso mia madre. Vero. Ogni istante mi è stato necessario per imparare qualcosa di me. Un processo che non si esaurisce mai. Proprio mai.  Non ricordo cosa scrissi a Lorenzo quella prima volta, a ripensarci, gli chiedevo quel che avevo chiesto al mio professore, anche se la natura del rapporto era completamente diversa. Avevo bisogno di qualcuno con cui condividere il mio « eremo». Il suo Lessico della gioia mi aveva donato qualcosa di cui avevo in quel momento immensamente bisogno e volevo ringraziarlo. Fu così che iniziammo a frequentarci. Trascorrevamo lunghe ore al telefono. Mi leggeva quel che stava scrivendo su Paul Celan e Emily Dickinson. Scriveva per rimanere vivo: il dolore aveva un bisogno impellente di trovare una sua via di uscita. Solo dopo una decina di anni quegli scritti avrebbero trovato una loro forma e una loro via. Sarà Padre Espedito che li accoglierà con mani delicate nella sua casa editrice Servitium. Nel 2007 uscirà Carità della notte. Sul tempo e la separazione in alcune poesie di P. Celan. Una lettura personale e nel 2009, Le api del sogno. Per Emily Dickinson, Amherst, Mass. Una domanda sulla gioia (uscito poi con Castelvecchi con un altro titolo Emily e il vento).

Nei primi tempi in cui ci frequentavamo come amici, Lorenzo mi suggeriva parole che lo avevano nutrito: di Annamaria Ortese, Cristina Campo, Emily Dickinson, Amos Oz, Abraham B. Yehoshua, David Grossman, Martin Buber e tanti altri ancora. Fu lui a regalarmi nell’agosto del ’99 un libro di Christian Bobin (1951-2022), Autoritratto al radiatore: un diario quasi quotidiano che racconta la perdita di un’amica amata. A settembre, iniziai a recarmi alla libreria francese di Milano per acquistare i libri in versione originale, vecchi o freschi di stampa, di questo scrittore francese che rifletteva sulle ragioni dello scrivere, del leggere, del sostare nel silenzio. Li compravo via via che uscivano. Ne ero entusiasta al punto che iniziai a tradurli per leggerli a Lorenzo. Anzi, fu lui che mi spinse a farlo. Non avevo nessuna intenzione di diventare una traduttrice o di seguire quella via, me lo impedivano i miei passi sempre incerti. Lo facevo su una spinta che non decifravo ancora bene ma che invece Lorenzo aveva chiara: avevo bisogno di mettermi in contatto con una parte profonda di me stessa e fare pratica di scrittura. Una sorta di ginnastica dell’anima e dello spirito. Le parole di Bobin mi calmavano, mi davano pace, mi ascoltavano. Accumulavo appunti, riflessioni, traducevo brevi brani e interi racconti. Un giorno, Lorenzo mi consigliò di farne un blog (http://unebibliothequedenuages.blogspot.com/). Era il 2007. Fu così che un giovane sognatore di Otranto, Giuseppe Conoci, mi contattò per dargli una mano a diffondere Bobin in Italia. Non aveva mezzi, editava cd musicali ed era stato stregato dagli scritti di Bobin. Ho accettato a patto che Lorenzo ci desse una mano. E così è stato. Lorenzo aveva già una discreta esperienza editoriale alle spalle e aveva fatto pratica anche di redazione. Negli anni, avrei voluto partecipare a qualche corso per traduttori ma non ne avevo il tempo; la scuola picchiava duro e non c’era l’agio di internet con i corsi a distanza che c’è oggi, ma poi sentivo che non era quella la mia strada: non mi interessava essere una traduttrice « professionista », nonostante fossi consapevole - e ancora lo sono - che non si finisce mai di imparare. Un poco, mi rincuorava l’aver avuto degli ottimi professori a Ca’ Foscari nelle lezioni dedicate alla traduzione, mi supportavano ore e ore di studio spese ad analizzare i testi in versione originale (e tradotta) dei grandi classici francesi (stile e lingua, tecniche narrative, struttura, personaggi etc…) e, va da sé, mi rassicurava la vicinanza di Lorenzo. 

Il 5 maggio del 2001 ci sposammo. Per l’occasione offrimmo agli amici un libricino con alcune poesie di Lorenzo e qualche mia parola di accompagnamento: ci teneva che ci fosse la voce di entrambi, come in questo sito de Il Timido Tim. Io invece desideravo che i nostri familiari e amici potessero godere di una piccolissima parte del suo diario poetico. In quegli anni, Lorenzo era un fiume in piena. Mi lasciava poesie ovunque, tutte rigorosamente scritte a matita. Me le infilava nella buca delle lettere prima di andare a scuola. A memoria (non le abbiamo più riprese né rilette) le poesie del diario poetico di allora dovrebbero essere circa 500. Ne scegliemmo 11 per il nostro librino (mettemmo in copertina il Bereshit,  l’inizio, in alfabeto gemmato ebraico tratto dall’acquaforte di Daniela Collina che Lorenzo mi regalò, appena fidanzati). Ne scegliemmo invece 70 per la prima raccolta di poesie che riuscimmo a pubblicare poco dopo (in copertina sempre una scritta in alfabeto gemmato ebraico Mazel*Tov, un augurio nuziale). Purtroppo le raccolte che aveva scritto per Paola (Alla danza tedesca e Fuoco alto la speranza), sono rimaste nel cassetto fino a quest’anno (2026). Ricordo la gioia di quando uscì  Nel chiaro del perdono nel luglio del 2002, grazie a Massimo Scrignoli (Book editore) che in seguito pubblicò:  Nel centro del ricordo (2004) e Luce alla mia destra (2006), oggi riunite nel volume La gioia è un turbine di quiete. Poesie (1985-2025) (Anima Mundi Edizioni 2026) insieme alle poesie per Paola. 

Degli anni vissuti nella casa in collina insieme a Lorenzo (2001-2005) mi sono rimasti impressi nella memoria i momenti più belli. In realtà, come spesso accade nella vita, alle gioie si accompagnano le sofferenze e i dispiaceri. Ne ricordo solo alcuni: la mancata venuta di figli, il nostro lavoro più che precario che andava e veniva come le nuvole nel cielo, insieme allo stipendio (l’ultimo concorso del Ministero della Pubblica Istruzione risaliva al l990, solo nel 2000 iniziarono ad essercene altri: una pausa durata 10 anni), il giudizio estremamente negativo sui miei racconti da parte di un amico di Lorenzo che mi stroncò nel vero senso della parola (lo stesso amico che non aveva voluto pubblicare le poesie per Paola, perché secondo lui troppo acerbe) e tante altre ferite. Perché quelle, si sa, non mancano mai. Fino all’agosto del 2005, siamo rimasti a vivere nella casa a ridosso della collina, in un bene quotidiano che mi ha donato tanta forza e speranza. In quegli anni, avevo iniziato a dare una mano a padre Espedito nell’editing di alcune traduzioni di Bobin. Mi chiese di tradurre Tu non sei solo di Colette de Nys-Mazure (2006). Accettai ma poi mi fermai lì. L’unico autore che in quel momento avevo voglia di tradurre era Christian Bobin.

Nel dicembre del 2005, io e Lorenzo andammo a Gerusalemme non solo per incontrare Amos Oz (Lorenzo stava scrivendo un libro su di lui) ma per compiere finalmente il nostro viaggio di nozze che, al tempo, per ragioni di sicurezza, avevamo deciso di non fare. Da lì nacque il mio interesse per quella terra martoriata. Iniziai a leggere i diversi scrittori europei dell’Ottocento che si erano recati in Palestina, scrittori ebrei e arabi del primo Novecento, scrittori contemporanei, il grande intellettuale Edward Said e molto altro. Organizzai degli incontri in cui presentavo i viaggiatori francesi del XIX secolo in Palestina. Non poterono mancare le letture sulla tragedia della Shoah, sulla nascita dello Stato di Israele, sulla Nakba, di scrittori israeliani, di saggi sulla storia di quei luoghi che abbracciassero diverse prospettive. Una passione che è continuata nel tempo, come sono continuate le violenze che non vogliono lasciare quella terra così contesa e vilipesa. Sempre tramite Lorenzo, nel 2004, ho conosciuto Elena Petrassi poetessa e scrittrice, un inesauribile vulcano letterario e poetico. Fu lei a dirmi: « dai Madda tira fuori quel che hai nel cassetto perché qualcosa io lo so che ce l'hai ». Nel 2009 mi diede una mano a pubblicare i tre racconti lunghi che avevo scritto nel piccolo appartamento bohémien e che avevo poi continuato a rivedere nella casa in collina (quelli stroncati dall’amico di Lorenzo). I tre lunghi racconti uscirono nel 2010, con un unico titolo Il carrello di Thérèse. Sono grata a Elena per questo aiuto e per molto altro. Appena ne sarò in grado, vorrei poterli mettere in rete in formato elettronico. Con calma e senza fretta. Nell’agosto del 2005 ci trasferimmo nella nuova casa che era stata lo studio medico di mio padre e da qui non ci siamo più spostati. Lorenzo mi dice sempre che gli piace lavorare, scrivere, suonare qui dove mio padre ha trascorso un’intera vita a lavorare con una fedeltà quotidiana. Secondo lui i muri assorbono le energie restituendo a chi li abita linfa vitale. 

Al rientro da Gerusalemme, gennaio 2006, iniziavo a buttar giù altri brevi racconti e Lorenzo scriveva le sue prime storie in rima per i bambini. Un giorno mi decisi di raccogliere alcuni dei suoi testi e, sempre con Padre Espedito e poi con Atì, pubblicammo qualche libro di filastrocche. Nel 2012, decidemmo a fondare l’Associazione de Il Passero bianco che per quasi dieci anni ci ha regalato momenti indimenticabili. Solo nel tempo, abbiamo capito che quella creatività rivolta ai bambini era stata un’occasione per elaborare alcune delle nostre ferite. Quando abbiamo definitivamente chiuso Il Passero bianco (2019) - stava diventando troppo impegnativo al punto che uno dei due avrebbe dovuto rinunciare alla scuola, scelta che non ci siamo sentiti di fare - , sentivo che quell’esperienza, in un modo o nell’altro, sarebbe ritornata nella nostra vita. Sono quelle sensazioni che non ti spieghi ma che continuano a vorticarti nella mente. Non sapevo né come né quando, però mi sembrava impossibile dover mettere la parola « fine» a qualcosa che ci aveva ancora più unito. Attorno a noi due, alcuni giovani: due illustratrici, Francesca Compre e Stefania Scalone, che avevano voglia di esprimere il loro talento e vivacità creativa: diversissime tra loro, eppure così sinergiche, insieme hanno arricchito tutti; una grafica, Laura Arnaldi, che aveva voglia di rimettersi in gioco dopo aver avuto due bambini bellissimi; un video maker, Luca Sartori, ex studente di Lorenzo che con il suo naso dantesco attirava frotte di turisti in una delle piazze più belle di Verona, suo è il video che abbiamo linkato nella sezione video di questo sito; due animatori Roberto Mazzola e Alessandra Coltri che ci hanno dato una mano in diversi momenti. La mia specializzazione sul Sostegno, ottenuta nel 2008, mi aveva aiutato a pensare a libri inclusivi per tutti. 

Molto è accaduto e molto è cambiato da allora. Io stessa sono cambiata. Eppure, il desiderio di riprendere quel vecchio progetto rinnovandolo con Le filastrocche del Timido Tim è riaffiorato in modo naturale e spontaneo anche se totalmente diverso, proprio adesso che potrei tranquillamente essere nonna. Il 22 dicembre 2012 compio 50 anni. Dopo, come spesso accade nella vita, ho iniziato a guardare alla mia giovinezza e a quella dei miei nonni (materni e paterni). La morte di mio padre (2008) e quella di mia prozia materna (2009) avevano dato origine al « valzer delle case »: una serie di traslochi, chiusure e nuove aperture di case che avevano fatto giungere fino a me (che ho poco spazio!) diversi scatoloni con dentro agende, cartoline, lettere, fotografie dei nonni, genitori e mie.  Archiviavo tutto, in particolare modo, le lettere dei miei nonni materni e paterni e dei miei genitori al tempo del loro fidanzamento. A un certo punto mi sono fermata e mi sono concentrata solo su quelle dei nonni materni. Le mettevo in ordine cronologico, le leggevo a mia madre quando era ancora in vita, provavo a decifrarle, mi mettevo in ascolto delle loro « conversazioni ».. Niente di intellettuale. Tutt’altro, solo il bisogno di avere notizie gli uni degli altri. Mi immergevo in quel flusso che, in questo periodo storico, siamo in molti a seguire: a un certo punto della nostra vita sentiamo la necessità di sostare in ascolto dei nostri morti. Nel frattempo mi imbattevo nelle mie cose del periodo dell’università (anni Ottanta). Ritornavo a quegli anni, mi sforzavo di rimettermi in contatto con quella me stessa. Provavo a metterla a fuoco senza però riuscirci. Volevo scrivere qualcosa. All’inizio, ero convinta di scrivere un racconto breve, come ne stavo scrivendo in quegli anni, ma con Marta e Felipe (i due personaggi principali) non riuscivo a chiudere la storia. Mi chiedevano spazio, troppo per un racconto. A un certo punto ho sospeso tutto quel che andavo facendo e mi sono concentrata sulla ricostruzione dei miei anni trascorsi in Francia per avere un contesto sociale e culturale. Molto ho inventato, molto ho attinto dai ricordi rimescolati. Un volta terminato, il titolo mi è venuto spontaneo: Un képi comprato al volo (Castelvecchi 2019). 

Il processo creativo ha in sé il suo mistero. Penso che per ciascuno di noi sia diverso. I pensieri affiorano, si rincorrono: li insegui, non li guidi, sono loro a guidare te. Tu ci devi mettere la tecnica, dare loro una coerenza, limarli, spostare, cambiare. Il flusso è autonomo. Non so come altro spiegarlo. Per me è stato e, in parte, è ancora così. Ma a ciascuno la propria espressività. Ecco la trama: la protagonista, Marta, un mio alter ego, trascorre un anno in Francia come lettrice di Italiano (spunto autobiografico). L’incontro con lo spagnolo Felipe la porta a mettersi in contatto con la parte profonda di sé. Da lì ha inizio la sua avventura che non è d’amore (perché non è una storia d’amore) ma di un desiderio di amicizia e di bene. Ho iniziato a scrivere il mio Képi nell’estate del 2017. L’ho pubblicato solo due anni dopo, nel 2019: una tempistica nemmeno credibile. « Una serie di coincidenze fortunate ». O meglio, « fortunatissime e irripetibili ». Per me è stato proprio così. Una volta nella vita può capitare. Un’altra grande gioia, durata pochi mesi. Il Covid ha poi spazzato via tutto insieme alla mia allegria e all’energia di organizzare incontri e tanto altro.

Finita la « fatica » del romanzo (in realtà una gioia), ho ripreso la mia quête familiare dove sono ancora immersa. Facendo un po’ di conti sono dieci anni che ci sto lavorando. Tutto è iniziato dalla lettura delle lettere dei miei nonni materni che prendono l’arco del Ventennio. Più provavo a dare un contesto familiare alle lettere, più sentivo l’esigenza di restituire loro il contesto sociale e culturale. Capivo che non sarebbe stata una saga familiare. Poco a poco ho trovato una forma che potesse reggere alla lettura. Per approdare al 1924, l’anno in cui mio nonno ha scritto il primo biglietto a mia nonna Rita, ho dovuto ripercorrere gli anni precedenti per capire chi fosse quel giovane nato in una corte veneta, che io non avevo mai conosciuto, se non attraverso il mito familiare. Ho trascorso anni nell’archivio di San Martino Buon Albergo, in Biblioteca Civica e all’archivio di Stato a leggere il leggibile: libri di storia locale e nazionale, bollettini diocesani, giornali locali, documenti, patti agricoli, verbali, corrispondenza comunale e molto altro. Ho un’infinità di appunti in cui ho inserito documenti, lettere, avvenimenti e molto molto altro. Nel sito de Il timido Tim mi piacerebbe aggiungere due finestre: una dedicata ai miei racconti (pubblicati e non) e una dedicata alla mia quête, cosa un po’ più complessa da fare. Vorrei supportare l’enorme lavoro fatto fin qui con un podcast o un video sul canale YouTube per introdurre meglio chi avesse voglia di ascoltare. A tutt’oggi è emerso un affresco di un microcosmo di una corte veneta coinvolta nelle tensioni del dopo guerra, immersa nella fede cristiana e sedotta dal Fascismo. In fondo la mia quête non è altro che un dialogo con un piccolo mondo abitato da chi mi ha preceduto. 

Durante la mia quête (ricerca, viaggio, missione, esistono diverse rese in italiano del termine) mi sono imbattuta nella figura di Luciano Ligabò alla Biblioteca Civica di Verona, nella sala Veronensia. Quel giorno, ero stata attirata da una copertina simile a quella della mia tesi di laurea in Lingue e Letterature straniere: caratteri stampati in oro su stoffa di lino verde salvia. Il nome di Luciano Ligabò mi era del tutto estraneo. In quel libro dal formato A4, tra i tanti scritti sulla Resistenza, erano state pubblicate le sue lettere alla moglie. Quando lo aprii, l’occhio cadde sull’incipit della prima: « Annunziata carissima ». Quel superlativo assoluto mi aveva catturato, riportandomi alla memoria «Rita mia carissima », di mio nonno. Mi sono seduta e ho iniziato a leggere. Rientrata a casa, entusiasta ed emozionata, ne parlai a Lorenzo. Negli anni, abbiamo organizzato tre letture pubbliche. La più importante al Museo di Storia naturale di Verona, il 9 settembre 2025, anniversario della morte, dal titolo In ascolto di una scelta. Il giovane musicista Gian Maria Rizzardi ha composto le musiche per accompagnare i passi del giovane ufficiale sanitario attraverso le vie di Verona e i monti Lessini, Lorenzo ha dato voce ai pensieri di Ligabò leggendo le sue parole e io, dopo una breve introduzione sulla sua biografia e il contesto storico, ho curato tutto il percorso selezionando le lettere e le foto di quegli anni. Nella pagina Video, abbiamo inserito uno dei tre incontri su questo partigiano poco noto ai veronesi e considerato figura « ibrida » da uno degli storici locali della Resistenza. Giusto due parole su di lui: Luciano Ligabò (1912-1944), Farmacista e Direttore del Museo Civico di Storia Naturale di Verona (1940-44), sposato ad Annunziata Picotti, viene ucciso per mano nazi fascista a Selva di Trissino a soli 30 anni. Suo figlio Guido ne aveva solo 3. Chi è riuscito a leggermi fino a qui non si stupirà di sapere che anche questo mio studio non avrebbe mai visto la luce senza l’aiuto e la spinta di Lorenzo. Il mio demone interiore, che aveva perso il pelo ma non il vizio, mi sussurrava: non sei una storica della Resistenza, non sei del circolo degli addetti ai lavori, come osi? Beh… alla buon’ora sono andata oltre e ho finalmente lasciato cadere tutti i miei timori. Era ora di darci uno stop definitivo. Quel che mi interessava era far affiorare la coscienza di un giovane trentenne che decide di andare a combattere. Non mi interessava la lotta partigiana in sé. Anche questo lavoro si è maturato e migliorato poco a poco nel corso degli anni. È sempre così: per tutte le cose, ci vuole tempo. Mentre scrivo, ho ancora vivo il ricordo del figlio Guido, più che ottantenne, che non smetteva di ringraziarci dopo avere ascoltato le parole di suo padre insieme alla zia (la sorella di sua madre) di 103 anni.

Mi rendo conto che è impossibile sintetizzare più di 30 anni di vita in poche righe. Ho tralasciato molto e va bene così. Mentre rileggo ciò che ho scritto per questo spazio de Il Timido Tim, mi rendo conto che posso sembrare una donna plasmata dal marito. È sempre lui a indicarmi la strada, a spingermi a venire fuori, a fare le cose. Eh vabbè, non sono una donna abbastanza emancipata, non sono autonoma. Pace! In tutta sincerità, non so cosa avrei fatto senza Lorenzo. So solo che ha avuto l’infinita pazienza di abbattere le mie « barriere invisibili » (così ho chiamato i miei blocchi) di cui io stessa non ero consapevole. Alla fine, non sono diventata né una traduttrice professionista né una scrittrice ma i passi fin qui fatti sono i miei, soltanto i miei. Ho smesso di tradurre ma continuo a scrivere perché ne ho voglia e mi piace farlo. L’idea che un giorno qualcuno possa raccogliere la mia bottiglia nel mare della rete mi dà pace. Affrontare invece possibili editori mi affatica e non mi placa come invece poter costruire uno spazio in cui inserire il mio lavoro di documentazione e la mia quête non appena sarà terminata (se mai accadrà). 

Dal 2008, sono una docente di sostegno e sono felice di esserlo. Non me ne sono mai pentita, più volte mi è stato offerto il ruolo sul Francese (dati i concorsi vinti) che ho sempre rifiutato. Il Sostegno mi ha aiutato a cambiare lo sguardo su me stessa, sul lavoro di insegnante e sul mondo. In questi trent’anni della mia vita - che ho provato a riassumere in qualche modo - ho imparato a camminare nelle mie scarpe senza provare a indossare quelle di altri. Per questo sono grata a Lorenzo che mi vive accanto ogni giorno con pazienza e tanto tanto amore. 

E un grande grazie a te se sei riuscita o riuscito a leggermi fino a qui e per avermi dedicato il tuo tempo.